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L'attaccamento a questa divinità fu tale che i salvitellesi resistettero moltissimo alla infiltrazione cristiana e quando Roma era già convertita, Salvitelle si stringeva ancora intorno all'antica divinità. Quando, però, la religione di Cristo conquistò i cuori di questi montanari essi divennero religiosi fino al fanatismo e nel 1500, in uno di questi impeti, secondo una leggenda popolare, distrussero l'icona della dea che era un saggio di pittura romana. Devoti a Maria Santissima, i salvitellesi dedicarono a Lei la chiesa dell'antica dea con il nome di "S. Maria Capua Vetere" e dopo la vittoria di Lepanto (1571) fu dato alla Chiesa il nome del SS. Rosario. L'origine del paese, dunque, come quella del nome Salvitelle è molto discussa. Al tempo dei Longobardi, scrive G. Lamattina, il paese aveva già una sua autonomia con amministratori e magistrati eletti dal "conventus civium", sorto con la fine dell'Impero, e tale forma di governo rimase anche quando, tra 1'844 e 1'853 dell'era volgare, dal Ducato di Benevento si staccò il Principato di Salerno. Scesero poi i Normanni, avventurieri senza scrupoli, che, approfittando dei dissidi e delle debolezze dei duchi longobardi, in pochi decenni si impossessarono di tutto il Mezzogiorno. E Salvitelle cadde sotto il dominio di qualche guerriero normanno il quale, esautorata l'autorità del "conventus civium", assunse i pieni poteri civili e militari del piccolo feudo. Ma verso la seconda metà del secolo XII Salvitelle passa sotto il dominio dei feudatari normanni di Caggiano. "Rogerius de Cajano tenet Silvitellam, quam dixit feudum 1 militis ..., scrive Alberigo da Montecassino nel "Catalogus Baronum". Nei secoli successivi ai Normanni di Caggiano subentrarono i Gesualdo e la posizione giuridica di Salvitelle non cambiò. Don Luigi Gesualdo, avendo bisogno di danaro, intorno al 1580, vendette il nostro paese all'Università di Caggiano e questa, a sua volta, verso la fine del secolo successivo e precisamente nel 1674, lo vendette a Don Nicola Potenza. Fino al '700, come gran parte dei piccoli centri del Mezzogiorno, Salvitelle fu teatro di continue incursioni di eserciti stranieri, i quali miravano soprattutto ad impadronirsi del luogo per la sua posizione strategica. Fu, altresì, tormentato dai soprusi dei feudatari a cui bisognava versare cospicui tributi. Fu colpito da pestilenze e carestie. "Dalla peste che nella metà del secolo XIV devastò l'Italia, Salvitelle ebbe a soffrire grandissimi guasti, scrive Don Alessio Lupo, e si ha memoria che solo diciassette case vi restarono aperte con pochissimi individui che poterono salvarsi da quel tremendo flagello. Dopo quell'epoca funesta parecchi naturali di Caggiano passarono ad abitarvi e di anno in anno ne accrebbero nuovamente la popolazione". E tali calamità, compreso il terremoto, si ripeterono ancora nei secoli successivi. Subì le conseguenze del malgoverno spagnolo quando, con la caduta degli Aragonesi nel XVI secolo, Francesi e Spagnoli si contesero il Reame di Napoli. I nuovi padroni, gli Spagnoli, considerarono il Mezzogiorno una terra di conquista. Nuove tasse si aggiunsero alle antiche, i soprusi e gli oneri fiscali si centuplicarono. Le nostre contrade divennero lande deserte, squallido regno di briganti e malandrini. La povera gente preferì il vagabondaggio o la migrazione verso contrade più tranquille e meglio governate. Ad aggravare, infine, la situazione vi fu il dilagare dell'usura nata per i gravi squilibri sociali provocati dal regime feudale. A queste condizioni di miseria, in cui versava anche il popolo salvitellese, non rispondeva e non rispose, purtroppo, l'interessamento dei Governi centrali. Rispose, invece, solo l'intervento generoso dei singoli cittadini che, tramite lasciti, consentirono il sorgere di "ospizi" e la istituzione dei "Legati pii dei" Monti frumentari" e dei "Monti pecuniari", i cosiddetti Monti di Pietà. "Queste abbondanti istituzioni di beneficenza che offre Salvitelle – scrive Don Alessio Lupo - depongono dello spirito caritatevole e generoso di quelle famiglie che le fondarono a sollievo della classe indegente la quale trova non piccolo sollievo nel poter facilitare il collocamento di ben diciassette zitelle ogni anno".

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